CAPITOLO 45
 

Ove si tratta del secondo genere di beni distinti, cioè quelli provocativi, di cui la volontà può compiacersi inutilmente.


1. Il secondo genere di beni particolari e piacevoli, dei quali la volontà può vanamente godere, sono

quelli che invitano o spingono a servire Dio: li chiamo provocativi. Tali sono le predicazioni, che

possiamo considerare sotto due aspetti, cioè quello che riguarda gli stessi predicatori e quello che

riguarda gli ascoltatori. Non è superfluo, infatti, dare dei consiglio agli uni e agli altri sul modo di

elevare a Dio la gioia della loro volontà nel compimento di questa pratica.
 

2. Per quanto riguarda il primo, cioè il predicatore, per essere di giovamento ai fedeli e non lasciarsi

andare a una vana compiacenza o alla presunzione, deve ricordare che la predicazione è un esercizio

più spirituale che vocale. La forza e l’efficacia di persuasione dipendono unicamente dallo spirito

interiore, anche se vanno espresse con le parole. Quindi, per quanto alta sia la dottrina predicata,

brillante l’esposizione e sublime lo stile con cui la si porge, di solito produce un risultato

proporzionato allo spirito interiore del predicatore. Sebbene, infatti, sia vero che la parola di Dio è

di per se stessa efficace – come dice Davide: Egli tuona con voce potente (Sal 67,34) – tuttavia

occorre anche ricordare che il fuoco ha la proprietà di bruciare, ma brucia solo quando il soggetto è

in condizioni di ardere.
 

3. Ora, perché la predicazione produca il suo effetto, si devono realizzare due condizioni: una da

parte di chi predica, e l’altra da parte di chi ascolta; ma abitualmente l’effetto desiderato dipendedalla disposizione di colui che predica. Per questo si dice: quale il maestro, tale il discepolo. Negli

Atti degli Apostoli leggiamo che quando i sette figli di un sommo sacerdote giudeo presero a

scongiurare i demoni con la stessa formula di san Paolo, il demonio s’infuriò contro di loro,

esclamando: Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete? (At 19,15). E scagliatosi contro di

loro, li denudò e li coprì di botte. Questo accadde non perché Cristo non volesse che cacciassero i

demoni in nome suo, ma perché essi non avevano le qualità richieste. Difatti nella Scrittura

leggiamo che una volta gli apostoli trovarono un tale che, pur non essendo discepolo di Cristo,

cacciava un demonio in suo nome. Intervennero per impedirglielo, ma il Signore li rimproverò

dicendo: Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito

dopo possa parlare male di me (Mc 9,38). Il Signore si adira piuttosto con coloro che insegnano la

legge di Dio e non la praticano, predicano la virtù ma non la posseggono. Per questo san Paolo dice:

Come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi?

(Rm 2,21). E lo Spirito Santo dice per bocca di Davide: All’empio dice Dio: Perché vai ripetendo i

miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le

getti alle spalle? (Sal 49,16-17). Questo c’insegna che il Signore non darà a tali persone i doni

necessari per fare del bene.
 

4. Ordinariamente vediamo che, per quanto se ne può giudicare quaggiù, quanto più è santa la vita

del predicatore, tanto più abbondante è il frutto che produce, anche se il suo stile è umile, la sua

oratoria scarsa e la sua dottrina comune. Lo spirito di vita da cui è animato comunica fervore. Un

altro, invece, darà poco frutto, nonostante che il suo stile e la sua dottrina siano elevati. È proprio

vero che un buono stile, dei bei gesti, una dottrina solida e una perfetta esposizione toccano e fanno

più effetto se accompagnati da una vita virtuosa. Senza questa, invece, anche se il sermone solletica

i sensi e l’intelligenza, poco o niente giova alla volontà, che ordinariamente rimane molto fiacca e

debole nella pratica della virtù, com’era prima. Sebbene il predicatore abbia detto cose

meravigliose, meravigliosamente esposte, essere servono solo all’udito, come una musica

armoniosa o il suono di campane. Ma l’anima non esce dal suo solco, si ritrova al punto di prima,

poiché la voce non ha la virtù di risuscitare i morti e farli uscire dal loro sepolcro.
 

5. Poco importa udire una parola più bella di un’altra se non mi spinge alla pratica della virtù.

Sebbene siano stato dette cose meravigliose, vengono subito dimenticate, perché non hanno acceso

la volontà. Infatti, oltre a non produrre di per sé grande frutto, quell’impressione gradevole lasciata

nei sensi da tali parole impedisce all’insegnamento di arrivare allo spirito. Ci si limita, così, solo

all’apprezzamento della forma e delle cose secondarie di cui è rivestita la predicazione. Si loda tale

o tal altra qualità del predicatore, seguendolo più per questi motivi che per la correzione che si

ricava dalle sue prediche. Tale è la dottrina che san Paolo spiega con chiarezza ai corinzi, quando

scrive: Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la

testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza… e la mia parola e il mio messaggio

non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della

sua potenza (1Cor 2,1-4). Certamente non è intenzione dell’Apostolo né mia condannare lo stile

elegante, l’eloquenza e il linguaggio forbito, ché anzi sono molto utili alla predicazione, come a

ogni altra funzione; una buona esposizione e uno stile avvincente, infatti, sollevano e guadagnano

anche le cause perse o disperate, mentre un linguaggio non appropriato rovina e fa perdere anche

quelle giuste.