APPENDICE
CAPITOLO 46
Ove si tratta della prima affezione della volontà e si dice che nulla di quello che tocca l’appetito può essere mezzo proporzionato perché l’anima si unisca a Dio secondo la volontà.
1. La prima delle passioni dell’anima e degli affetti della volontà è la gioia. La volontà la provoca
sempre nell’anima quando gli oggetti le si presentano come buoni, convenienti, amabili e gradevoli
oppure perché sembrano belli, piacevoli e preziosi, ecc. Per questo motivo la volontà si porta verso
di essi, li desidera, vi ripone la sua compiacenza quando li possiede, ha paura di perderli e soffre
quando li perde, ecc. Così, dunque, l’anima si agita e s’inquieta secondo la passione della gioia.
2. Per frenare questa passione e liberarla da tutto ciò che non è Dio, occorre sapere che tutto quello
di cui la volontà può godere in modo particolare, come ho detto, è per essa soave e piacevole, ma
nessuna cosa soave e piacevole che essa possa gustare è Dio. Infatti, ripeto, Dio non può essere
percepito da nessuna delle altre potenze, né tanto meno dalle tendenze e dai gusti della volontà. In
questa vita, dunque, l’anima non può gustare Dio essenzialmente, e tutta la soavità e le delizie che
eventualmente prova, per quanto elevate siano, non possono mai essere Dio. Anche tutto ciò che la
volontà può gustare e desiderare in modo particolare è quello che l’intelletto conosce come suo
oggetto specifico. Ora, non avendo la volontà assaporato mai Dio com’egli è né avendolo
conosciuto attraverso qualche percezione delle sue potenze, non può sapere come sia né come
gustarlo. Le sue potenze non possono gustare e desiderare Dio, che è al di sopra di ogni sua
capacità.
3. È quindi chiaro che nessuna cosa particolare, fra tutte quelle di cui può godere la volontà, è Dio.
Per giungere all’unione con Dio deve, quindi, fare il vuoto nelle sue potenze e distaccarsi da tutte le
gioie particolari, per quanto soavi e piacevoli appaiano, indipendentemente dal fatto che siano
terrene o celesti. Se in qualche modo la volontà può comprendere Dio e unirsi a lui, ciò avviene non
attraverso qualche mezzo percepibile delle sue potenze, ma tramite l’amore. Se un diletto o una
soavità o qualsiasi altra gioia provata dalla volontà non è amore, ne risulta chiaramente che nessuno
di questi sentimenti piacevoli può essere mezzo adeguato per l’unione dell’anima con Dio. Occorre
a tale scopo l’operazione della volontà, operazione molto diversa dal suo sentimento. Tramite
l’operazione essa si unisce a Dio e si realizza in lui che è amore, non attraverso il sentimento o la
percezione dei suoi appetiti, che si conclude nell’anima come fine e termine ultimo.
4. I sentimenti possono fungere solo da motivo o movente per amare – se la volontà vuole passare
oltre – e niente più. Così, i sentimenti piacevoli, per loro natura, non indirizzano l’anima a Dio, ma
piuttosto la fanno ripiegare su se stessa. Solo l’operazione della volontà, che è amore per Dio,
colloca l’anima in Dio, lasciando dietro di sé tutte le cose create, così che essa ama Dio al di sopra
di tutto. Di conseguenza, quando una persona si decide ad amare Dio non a motivo del piacere che
prova, subito lascia dietro di sé la soavità che sente e ripone il suo amore in Dio che non sente. Se
invece riponesse il suo amore nella soavità e nel gusto che prova, limitandosi ad essi, ciò
significherebbe fermarsi alle creature o a ciò che le riguarda, facendo del mezzo un fine e un
termine ultimo, e così l’opera della volontà sarebbe viziata. Poiché Dio è incomprensibile e
inaccessibile, la volontà, onde mettere la sua operazione di amore in Dio, non deve fissarla su ciò
che può toccare e percepire, ma in ciò che non può comprendere né raggiungere con l’appetito. In
questo modo l’anima amerà sul serio proprio come vuole la fede, anche nel vuoto e nel buio dei
suoi sentimenti, soprattutto quelli che essa può percepire attraverso le capacità della sua mente,
credendo al di sopra di ciò che può comprendere.